Export al centro dell’azione della rinnovata Federalimentare

L’11 dicembre il nuovo presidente di Federalimentare Luigi Scordamaglia ha presentato la sua squadra per il prossimo quadriennio e ha dettato l’agenda dell’industria alimentare italiana. Obiettivo: +66% del valore delle esportazioni (da 30 a 50 miliardi) in 5 anni, semplificazioni normative, contrastare provvedimenti che colpiscono aziende e soprattutto consumatori (IVA, accise) per rilanciare il mercato interno. Per sostenere e promuovere il made in Italy alimentare, nasce un tavolo congiunto settore-ministeri, con la regia della presidenza del Consiglio. Composta da 6 vicepresidenti e da 2 consiglieri incaricati, questa la nuova squadra: Maurizio Cibrario (presidente Martini e Rossi Spa) vicepresidente con delega per l’Europa; Leonardo Colavita (amministratore Colavita Spa) vicepresidente con delega per le relazioni sindacali; Antonio Ferraioli (amministratore Delegato La Doria Spa) vicepresidente con delega per l’agricoltura e il coordinamento prima trasformazione; Edo Milanesio (direttore Risorse Umane Ferrero Spa) vicepresidente con delega per la nutrizione ed educazione alimentare; Cesare Ponti (presidente Ponti Spa) vicepresidente con delega per lo sviluppo economico e il coordinamento seconda trasformazione; Paolo Zanetti (amministratore Zanetti Spa) vicepresidente con delega per il Made in Italy; Lisa Ferrarini (consigliere delegato Gruppo Agroalimentare Ferrarini Spa) consigliere incaricato con delega per le fiere; Enrico Zoppas (presidente San Benedetto Spa) consigliere incaricato per l’ambiente e gli affari regionali.

L’export

Costituisce la chiave dello sviluppo del settore ed è al centro del programma di Scordamaglia. A fronte di una recessione costante dei consumi interni (-14 punti dal 2007, -3% solo nel 2013) il peso delle esportazioni sul fatturato dell’alimentare è, in 10 anni, quasi raddoppiato, passando dal 13% del 2003 al 20% del 2013, per un valore di circa 30 miliardi di euro. Ma siamo ancora lontani da competitor come Spagna (22%), Francia (28%), e, soprattutto, Germania (32%). «Puntiamo a un incremento di due terzi (da 30 a 50 miliardi di euro) del valore delle nostre esportazioni – afferma Scordamaglia. Questa crescita garantirebbe un aumento degli occupati diretti e indiretti di circa 100mila unità. E permetterebbe al Made in Italy alimentare di conquistare una leadership europea colmando, anche a livello quantitativo, il gap con Francia e Germania». Un obiettivo ambizioso, ma raggiungibile grazie al coordinamento con le istituzioni competenti nell’impiego delle risorse per la promozione del Made in Italy e ad un impegno congiunto per contrastare i principali ostacoli alla competitività del settore in molti dei nuovi mercati di sbocco: barriere non tariffarie, campagne aggressive verso il nostro modello alimentare mediterraneo, come le etichette a semaforo in UK. Per questo l’industria alimentare auspica anche una maggior chiarezza del quadro normativo europeo e soprattutto italiano: per resistere ai nostri competitor, è necessario poter operare in un contesto regolamentare chiaro, essenziale e uguale per tutti, che non penalizzi le imprese alimentari operanti in Italia. Un primo passo concreto per la realizzazione di questo programma è già stato fatto, con la condivisione della strategia con i ministri competenti (MISE, MIPAAF, ministero della Salute, ministero degli Affari Esteri e ministero dell’Ambiente) e, soprattutto, con l’istituzionalizzazione di un tavolo presso la presidenza del Consiglio in grado di coordinare le competenze sul nostro settore dei vari dicasteri, in cui mettere sul tavolo opportunità e issue dell’industria alimentare, discutere le priorità e valutarne il progressivo stato di avanzamento.

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