Fuori quota

A trent’anni dalla sua istituzione, il sistema delle quote latte scomparirà dal panorama comunitario dal prossimo mese. Uno tra i più importanti strumenti di politica agraria comunitaria lascerà quindi spazio a un mercato UE del latte (forse) più libero. Introdotto per evitare distorsioni del mercato e per contenere la sovrapproduzione di latte, il sistema delle quote latte ha suscitato contrasti e discussioni, come altri strumenti di regolazione del mercato. Nel nostro bel Paese il dibattito non è mai cessato, a iniziare dal peccato originale della quota inizialmente assegnata all’Italia (e le successive modifiche della stessa quota). L’incompetenza e a volte la furbizia con cui certe faccende vengono gestite nel nostro Paese hanno fatto il resto. E così all’alba del suo tramonto il sistema lascia conti aperti. Multe mai pagate, molte delle quali probabilmente inesigibili dallo Stato, ma da pagare a Bruxelles; allevatori in quota che si sentono penalizzati da quelli fuori quota che non hanno pagato le multe; questi ultimi a loro dire penalizzati da multe originate da dati sbagliati forniti a Bruxelles da Agea.

Insomma, un grande pasticcio che ha sovrastato il dibattito su una prima grande questione: cosa potrà accadere da qui in poi? Tra i pessimisti c’è chi prevede un mercato basato solo sulla riduzione dei costi di produzione, scenario plausibile e con evidenti svantaggi per il comparto nazionale. Per trovare risposta compiuta alla questione si dovrà però considerare anche una produzione lattiera UE probabilmente di nuovo in crescita. Una situazione che, entro dieci anni, incrementerà significativamente (in termini di equivalenti latte) la percentuale di produzione lattiera UE esportata sia nel vecchio continente (salvo altre crisi e embarghi) che fuori dall’UE. Alla stessa questione dovranno rispondere le misure (ad esempio le organizzazioni di prodotto) introdotte dal Pacchetto Latte, misure che devono necessariamente integrarsi con politiche UE in grado di rafforzare la competitività internazionale del settore lattiero e capaci di affrontare la volatilità dei prezzi a livello mondiale di latte e derivati.

Sfide e preoccupazioni chiare anche al ministro Martina che interrogato pochi mesi fa sul ruolo dell’Italia nel delineare questi nuovi scenari, affermava la funzione guida che il nostro Paese deve avere nell’indirizzare queste politiche. A chi malignamente (ma non a torto) poneva in dubbio la credibilità dell’Italia a guidare questa discussione a fronte di tutta quella confusione di cui parlavo, il ministro rispose che proprio quel “vissuto” ci avrebbe permesso di “costruire una prospettiva più ragionevole“. Oltre ad affermare la volontà di far chiarezza sulla stessa confusione “togliendo la polvere messa sotto il tappeto in questi anni”.

Buon inizio direi, visto che alcuni vizi italici duri a morire non tarderanno a indicare qualcuno fuori dai patri confini come causa dei problemi della nostra filiera latte. Anche quando si tratta di latte, l’europeismo a pendolo oscilla solo tra opportunismo e negligenza, la vicenda italiana delle quote insegna.

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