Guardie e ladri

Da tempi non sospetti sono più che convinto della qualità dell’agroalimentare italiano. Convinzione che non mi deriva da un acritico patriottismo, ma dalla certezza che la qualità non è determinata e derivata dall’aggettivazione tradizionale o industriale del prodotto, o dalla presenza o meno di marchi di qualità. I recenti fatti di cronaca avvalorano questo mio convincimento, purtroppo anche per quanto riguarda i prodotti DOP. In questi ultimi mesi, in barba ai rispettivi disciplinari di produzione, abbiamo letto di prosciutti DOP prodotti con l’utilizzo di suini di tipi genetici non ammessi, formaggi DOP preparati con latte non conforme per caratteristiche microbiologiche o specie di provenienza, altri formaggi DOP privi dei requisiti di tracciabilità… Fatti gravi. Perché, come pare, “sfuggiti” all’attività di controllo degli organismi preposti alla certificazione prevista dalla normativa comunitaria sui regimi di qualità dei prodotti agroalimentari.

Non basta la sospensione temporanea dell’attività di qualche ente di certificazione per risolvere quanto accaduto. I fatti sono più complessi della soluzione obbligatoriamente adottata e evidenziano alcuni limiti dei sistemi di controllo delle filiere certificate. A partire dal rapporto tra certificatore e certificando. Mai tra loro veramente terzi se il secondo paga il primo per essere certificato. E il primo certifica solo quando qualcuno è disposto a pagarlo per essere certificato. Limiti tuttavia che riguardano anche i disciplinari di produzione a cui manca spesso la sostanza e, permettetemi, il coraggio di essere al passo con i tempi. A volte scritti più per ostacolare una qualsiasi innovazione che per definire gli aspetti che realmente determinano le peculiarità del prodotto e il suo legame con il territorio. Con il risultato che qualcuno trova da sé il modo di “innovare”. Per non parlare, infine, di una certa riluttanza o lentezza con cui questi fatti vengono gestiti dai consorzi, anche a livello di comunicazione.

Ciò che è accaduto rischia di minare fortemente l’immagine e il credito di cui ancora gode il nostro patrimonio agroalimentare, soprattutto all’estero. Nondimeno, la discussione ruota sempre su ciò che è politicamente più corretto e conveniente: parlare male del “Non Made in Italy”. Sarebbe un grave errore invece non ammettere l’esistenza di qualche problema anche per le filiere dei nostri prodotti certificati. Soprattutto non sarebbe rispettoso del lavoro onesto e di qualità della maggioranza dei produttori e dei certificatori di queste filiere. Nella chiara e totale contrapposizione dei loro ruoli. Perché non accada che gli uni e gli altri si accomunino e alla fine (spesso) non si piglino. Come Totò e Fabrizi in “Guardie e ladri”.

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