Il dito o la luna dopo le quote latte?

La fine del regime delle quote ha sollevato moltissime preoccupazioni tra gli allevatori e rinvigorito le polemiche sul prezzo da attribuire al latte alla stalla. Se è vero che tali preoccupazioni e polemiche sono in parte motivate, è altrettanto vero che d’ora in poi l’ottica con cui ragionare deve essere meno locale. In altri Paesi, europei e non, la questione del prezzo del latte viene affrontata con un approccio più attento ai nuovi scenari mondiali e, in questo senso, la riduzione del prezzo del latte è percepita come un dato macroeconomico che oggi caratterizza le maggiori realtà di interesse lattiero, vuoi per produzione, consumo o entrambi i fattori. In Nuova Zelanda, ad esempio, il prezzo pagato agli allevatori da Fonterra (colosso cooperativo multinazionale che controlla circa il 30% dell’export mondiale lattiero-caseario) si è ridotto del 50%. A questa tendenza non sfugge paradossalmente anche la Cina, un mercato ancora in crescita per consumi interni, ma con il prezzo del latte prodotto localmente sceso del 60% in due anni. Anche negli Stati Uniti dopo un 2014 con prezzi del latte alla stalla in ascesa si sta assistendo al loro ribasso. Mal comune mezzo gaudio? Certamente no, ma le strategie adottate per affrontare questo scenario possono essere diverse, in particolare in una prospettiva a lungo termine. In Olanda, Friesland Campina (la più grande cooperativa di allevatori al mondo) ha deciso di investire su salute e benessere animale, biodiversità e ambiente, clima e energia. Remunerando di più il latte ottenuto in allevamenti che valorizzano questi fattori. Negli Stati Uniti, è stato predisposto per gli allevatori un sistema di assicurazione per evitare di subire crolli o rialzi eccessivi di prezzo. Per non parlare dei contratti futures, strumenti finanziari che potrebbero, anche in Europa, garantire gli allevatori dagli stessi crolli o rialzi. Sole due settimane dopo la fine delle quote latte, sul mercato europeo sono stati lanciati sul mercato futures per burro, latte magro in polvere e siero in polvere.

La sfida posta dallo scenario mondiale alla questione prezzo del latte italiano non può essere affrontata con operazioni mediatiche, vedi mungiture nelle piazze. Servono strategie politiche di sistema, a lungo termine e soprattutto coordinate. Sono queste le caratteristiche di quanto finora attuato in Italia? Il “Piano latte” del MiPaaf, le “quote” relative al latte da destinare alla trasformazione in formaggi duri DOP, i criteri per la definizione del costo di produzione del latte alla stalla, il logo “Latte 100% italiano”: strategie e strumenti tutti utili, ma probabilmente non sufficienti.

Di certo qualunque strategia venga messa in campo non potrà prescindere dal futuro (e attuale) mercato mondiale del latte, un mercato nel quale il latte è sempre più “materia prima” e commodity, sempre meno patrimonio e valore locali. Servirà lungimiranza per affrontare la sfida, converrà quindi guardare la luna insieme al dito!

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