Il prezzo è corretto?

Il prezzo del latte alla stalla mostra segnali di ripresa. I consumi invece preoccupano gli addetti ai lavori. Nel dopo quote latte previsti un aumento della produzione e una conseguente contrazione dei prezzi.

Questo articolo, più che un’inchiesta è semplicemente una provocazione”. Così il direttore tecnico de IL LATTE, Vincenzo Bozzetti, motiva la decisione di pubblicare questa prima indagine, sulla remunerazione del latte conferito alle cooperative, precisando tra l’altro: «Da anni abbiamo chiesto senza fortuna dati e valori relativi alla remunerazione del latte ai conferenti delle cooperative lattiero-casearie, nelle sedi provinciali, regionali e nazionali, convinti, come siamo, che siano dati pubblici che potrebbero e dovrebbero mostrare la vitalità e la validità del movimento cooperativistico nel comparto latte, al di là di sterili confronti di campanile o, di contratti privati di fornitura. Certo questi valori portano con sé costi di produzione differenziati. Appunto per questo, dovrebbero essere più conosciuti, al fine di aumentare la generale consapevolezza che non deve nascondersi dietro a un numero, pur importante che sia». In questa logica parleremo di prezzo del latte alla stalla quando si farà riferimento ai contratti tra privati o associazioni, per la fornitura della materia prima latte, destinata alla trasformazione, mentre preferiamo parlare di remunerazione del latte conferito, allorquando i valori non sono legati a una trattativa di compravendita, bensì ai risultati economici delle attività di raccolta, trasformazione e cessione dei derivati del latte conferito alla cooperativa o consorzio da parte degli associati. Quindi, nel caso del conferimento alla cooperazione, anziché di “prezzo del latte alla stalla”, tale remunerazione meglio si avvicina a un “dividendo” di fine esercizio. E, qui scatta tutta la complessa italianità delle modalità di compilazione del bilancio, in termini di calcolo delle giacenze, investimenti, ammortamenti, accantonamenti, ecc. Invitiamo quindi il lettore a valutare questi dati come se fossero solo “l’apertura di una porta” che in futuro – anche grazie all’emulazione – dovrebbe lasciar passare analisi vere e complete, di medio e lungo periodo, e rappresentative delle varie aree produttive. Indagini per produzioni omogenee in termini di vincoli di conferimento latte, di costi razione, di qualità del latte e sua destinazione…

In controtendenza

Alla fine del 2012, in Lombardia, è stato corrisposto per il latte contrattualizzato un prezzo medio di 38,47€/hl più premi 1,21 (€/hl) per complessivi 39,68 €/hl contro gli 40,68 del 2011 e nelle regioni centro-meridionali, quali il Lazio e la Puglia, il range di prezzo ha oscillato tra i 39,50 e 39,70 €/hl premi esclusi. Da tenere presente che in alcune aree del Paese, particolarmente nel Meridione, senza la copertura di contratti interprofessionali o al di fuori dei contesti cooperativi, i prezzi liquidati sono stati più bassi. Per dare qualche numero europeo: il prezzo del latte crudo alla stalla, registrato in Baviera a marzo di quest’anno è di 34,50 euro per 100 kg (iva esclusa), quello in Rhône Alpes 30,48 euro per 100 kg (iva esclusa), in Austria 33,53 euro per 100 kg (iva esclusa). La visualizzazione dei prezzi evidenzia che l’Italia vanta in generale un alto prezzo della materia prima. Questa particolarità può essere spiegata con la destinazione d’uso del latte italiano. Diversamente da quanto accade negli altri Paesi, il latte italiano è utilizzato in larga misura (circa il 45%) per la produzione dei formaggi tipici (DOP). In sostanza, l’Italia importa latte, semilavorati e prodotti finiti ed esporta essenzialmente formaggi, in gran parte DOP. Il prezzo del latte italiano ed europeo deve i segnali di ripresa alla minore produzione di latte dovuta alla siccità che ha colpito un grande produttore come la Nuova Zelanda. In Australia la produzione di latte dalla metà di aprile dovrebbe registrare un lieve incremento, ma non sarà sufficiente per modificare l’attuale trend produttivo. A incidere è anche la crescente importazione di polvere di latte da parte della Cina, con la conseguente minore disponibilità di questo prodotto sul mercato mondiale. Se il prezzo del latte alla stalla non solo sembra tenere a freno la crisi, ma se ne giova, i consumi alimentari continuano a diminuire in modo drammatico (-4% secondo stime recenti, con il latte a -2,2%). Non solo la grande distribuzione ma anche i discount sembrano risentire della situazione economica che ha investito l’Europa e in particolare i Paesi mediterranei come l’Italia.

In attesa della fine del regime delle quote latte

Il prezzo del latte potrebbe trarre giovamento anche dalla programmazione delle produzioni di qualità prevista dal Pacchetto latte. Secondo l’Osservatorio di Fieragricola, con una corretta pianificazione, il mercato potrebbe riconoscere direttamente agli allevatori anche il 6-7% in più rispetto alle remunerazioni attuali. Nel 2015 i produttori latte dovranno fare i conti con la fine del regime delle quote latte. Di cosa succederà dal punto di vista economico, dei mercati, del prezzo si è occupato uno studio voluto dalla Commissione Ue denominato Economic impact of the abolition of the milk quota regime, che ha effettuato una simulazione nel periodo 2005-2020 con o senza quote latte. Ecco i risultati. Se il regime delle quote latte fosse ancora in vigore, secondo la simulazione, la produzione totale di latte in Italia crescerebbe dello 0,7% a fronte di un aumento del prezzo di 8,8% al 2020. Senza quote latte, la produzione dovrebbe aumentare del 2,9% mentre i prezzi diminuirebbero dello 0,8% nel nostro Paese per aumentare invece a livello Ue dell’1,1%. Altri economisti dicono che il superamento delle quote lattiere produrrà un ribasso dei prezzi del 16% in Europa e “solo” dell’8% in Italia, forte della valorizzazione della sua materia prima grazie alle produzioni casearie di qualità.

 

Alberto Lasagni

Il prezzo del latte dipende da quello del P.R.
Alberto Lasagni, responsabile settore agricolo Confcooperative Unione Prov.le di Reggio Emilia.

L’impostazione del prezzo di liquidazione del latte nelle cooperative reggiane è legato all’effettivo valore realizzato nella vendita del formaggio prodotto. Essendo il ciclo del Parmigiano Reggiano sfasato di un anno rispetto al conferimento del latte, i prezzi di liquidazione del latte conferito dai soci delle latterie sociali è stabilito con i tempi che rispettano questo sfasamento. Questa prassi è di uso consolidato nelle cooperative reggiane, a differenza di quanto avviene nel modenese e nel mantovano in cui viene liquidato il prezzo avendo a riferimento il valore del formaggio ancora da vendere, presente in magazzino. Questa procedura “modenese/mantovana” non è adottata a Reggio Emilia perché rischia di creare notevoli ripercussioni nell’annata successiva nel caso (eventualità piuttosto frequente) di variazioni delle quotazioni di vendita del formaggio. Ai fini della presentazione del bilancio civilistico, anche a Reggio è comunque stabilito un prezzo di riparto cosiddetto “provvisorio” che è poi matematicamente disatteso. In ogni caso, possiamo dire che a seconda della struttura e dell’organizzazione aziendale, delle dimensioni, della sua efficienza in termini di costi fissi, e della “riuscita” del prodotto, le società cooperative che hanno venduto a 24 mesi il formaggio prodotto nel 2010, hanno liquidato valori mediamente intorno a 0,69 €/kg con oscillazioni di +/–15%, mentre le cooperative, che per scelta vendono a 12 mesi, hanno liquidato per il 2011 valori mediamente di 0,61 €/kg con oscillazioni più marcate, stante la maggiore oscillazione dei prezzi avuta nelle quotazioni di quella annata di formaggio arrivando anche a +/- 20%.

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