L’Africa e il latte

Sito con pitture tardo pastorali, situato nell’area dello Wadi Teshuinat nel massiccio del Tadrart Acacus (Libia sudoccidentale). Cortesia: Archivio Missione Archeologica nel Sahara, Sapienza Università di Roma

Pur nella complessità delle sue problematiche, il continente africano vede nel latte e derivati una valida risposta socio-economica e nutrizionale alla domanda della popolazione in forte crescita.

Introduzione

Con un breve cinguettio si può dire che: “L’Africa è stata la culla dell’umanità e delle attività lattiero-casearie”. La conferma delle attività pastorali, quando il Sahara era rigoglioso, arriva dallo studio congiunto di otto scienziati tra i quali gli italiani Silvia Bruni, Stefano Biagetti e Savino Di Lernia, la prima dell’Università di Milano, i secondi della Sapienza-Università di Roma. Evidenze chimiche incontrovertibili hanno riscontrato tracce di lipidi di origine bovina in reperti archeologici di vasellame del sito neolitico di Takarkori nel deserto libico, risalenti a 5.200 anni a.C. (vedi box). Oggi, trascorsi oltre 7.000 anni, troviamo invece una situazione lattiero-casearia del tutto inadeguata alla popolazione, in un quadro sociale, politico ed economico desolante.

Un’occhiatina ai dati

Circa un miliardo di persone vivono nei 54 stati africani, su una superficie totale ampia circa 100 volte quella italiana e una produzione totale di latte di tutte le specie, secondo le stime FAO 2010, pari a circa 4 volte il latte prodotto in Italia. 41 milioni di tonnellate, delle quali il 73% costituito da latte di vacca, il 10% da latte di capra, il 7% da latte di bufala, mentre il restante 10% è più o meno ripartito tra pecora e cammella (vedi box). In particolare i dieci maggiori Paesi produttori latte di tutte le specie risultano essere: 1) Sudan (ante separazione) con 7,8 mio/ton/anno; 2) Egitto con 5,7; 3) Kenia con 4,1; 4) Sud Africa con 3,2; 5) Somalia con 2,9; 6) Algeria con 2,3; 7) Marocco con 2; 8) Tanzania con 1,7; 9) Etiopia con 1,7; 10) Mali 1,4. Mentre il latte di bufala è prodotto solo in Egitto – 2.763.700 ton/anno–, i cinque Paesi maggiori produttori del latte di capra sono: Sudan con 1.601.900 ton.; Mali 689.234; Somalia 500.600; Niger 287.135; Algeria 248.000. I maggiori produttori di latte di pecora sono: Somalia 590.000 ton./anno; Sudan 527.000; Algeria 265.000; Mali 160.000; Niger 131.000. I produttori del latte di cammella sono: Somalia 1.275.000 ton./anno; Mali 301.916; Etiopia 247.100; Sudan 120.000; e Niger 98.200. È del tutto insufficiente la disponibilità media teorica di latte di tutte le specie, nell’intero continente africano, stimata intorno ai 42 lt./anno/pro capite. Il dato medio varia notevolmente nei dettagli dei singoli Paesi: 1) Somalia con 337 lt./anno/pro capite; 2) Sudan 194; 3) Mauritania 125; 4) Mali 118; 5) Kenia 110; 6) Tunisia 105; 7) Egitto 76; 8) Niger 70; 9) Algeria 69; 10) Sud Africa 66. I dieci Paesi con il peggior rapporto latte/popolazione risultano: Malawi, Nigeria, Togo, Ghana, Costa d’Avorio, Gabon, Congo, Liberia, Rep. Dem. del Congo. A questi bisognerebbe aggiungere anche le isole turistiche Mauritius, Seychelles e Saõ Tomé-Principe, nelle quali peraltro si può contare su una diversa economia agroalimentare. Ovviamente, anche per una benché minima riflessione introduttiva, i dati andrebbero inquadrati nei complessi quadri geografici-climatici e politici-economici che in poche situazioni sono sereni e tranquilli. In realtà, bisognerebbe approfondire le potenzialità delle produzioni lattiere nelle singole aree, come anche le motivazioni di base dei consumi di latte nei vari gruppi etnici. Ovvero, se i consumi siano ridotti o assenti per consolidate abitudini alimentari vegetariane o, se invece ristretti nella più ampia tematica delle mutazioni genetiche o all’intolleranza al lattosio, in parte presente nei soggetti adulti, anche se molto ridotta o assente nei neonati.

Prospettive

Negli anni scorsi, l’economia dell’intero continente africano è cresciuta circa del 4,9% all’anno, arrivando attualmente ai valori della produzione lorda del Brasile o della Russia, intorno ai 2.000 miliardi di USD. Recentemente le stime del Fondo Monetario Internazionale hanno confermato per l’intero continente una crescita sostenibile intorno al 5,4% annuo. Ovviamente la crisi finanziaria internazionale ha avuto ripercussioni anche in Africa, anche se la forte domanda all’esportazione di petrolio, gas naturale, minerali e la domanda interna di alimenti e terra arabile, hanno in parte assorbito l’impatto negativo della crisi. Per quanto riguarda invece la crescita della popolazione, nel 2012 ha raggiunto e superato il miliardo, e si prevede che possa raddoppiare entro il 2044, per raggiungere i 3,6 miliardi nell’anno 2100. Attualmente il 44% della popolazione africana vive in centri urbani e si stima di arrivare al 50% nel prossimo ventennio. Sino agli anni ‘90 il commercio del latte e derivati è stato sostanzialmente informale, mentre oggi la situazione va evolvendosi; con la crescita dei supermercati in una ventina di stati, si inizia a razionalizzare l’anello distributivo Il gruppo Shoprite costituisce la maggior catena di distribuzione e conta su 1334 centri con propria insegna, 270 in franchising, nei seguenti Paesi: Angola, Botswana, Ghana, Lesotho, Madagascar, Malawi, Mauritius, Mozambico, Namibia, Nigeria, Sud Africa, Swaziland, Tanzania, Uganda, Zambia e Zimbabwe. Altre insegne sono presenti in alcuni Paesi, vedi: Pick‘n Pay, Spar, Massmart (presente in 14 Paesi). Recentemente anche Wal-Mart ha guadagnato posizioni nel continente africano. Il settore produttivo di base ha iniziato a evolversi e si prepara a servire la nuova domanda, così come la trasformazione del latte in Sud Africa, Kenia, Malawi e Zambia che ambiscono a fornire l’intero continente. Per almeno un decennio, si pensa che l’Africa resterà un netto importatore.

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