L’embargo russo tra vinti e vincitori

di Ivano De Noni.

Come sapete, a seguito delle vicende militari in Ucraina, l’Unione Europea ha adottato un pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia. A sua volta, Mosca ha introdotto il blocco dell’importazione di generi alimentari, compresi molti prodotti lattiero-caseari italiani. Come in un complicato risiko, ciò che appare come una crisi locale può tradursi in nuovi scenari per l’agroalimentare UE (e mondiale). Possibile vedere sul mercato russo frutta e verdura iraniane, prodotti lattiero-caseari serbi, asiatici o sudamericani? Di certo, come in ogni scenario di crisi internazionale, il “controllo” del cibo diventa una forma di pressione geopolitica a volte più forte (e più percepita) delle armi. In presenza di una vera Guerra, quella relativa ai prodotti alimentari nell’ambito della questione embargo appare perciò come un naturale effetto collaterale che può portare a molti vinti e pochi vincitori. Soprattutto se a cercare di far cambiare idea a Mosca è un fronte di Paesi UE così diversamente esposti verso l’export russo: il risultato a lungo termine delle sanzioni è tutt’altro che scontato e, come nella vera Guerra, ognuno cerca di arrangiarsi come può. Bielorussi che esportano legalmente Parmigiano Reggiano e Grana Padano (e altri prodotti sanzionati da Mosca) con false etichette “Made in Belarus” per il piacere dei russi, almeno di quelli ricchi. Ne faranno a meno quelli poco avvezzi ai ristoranti e gourmerie e più propensi a un salto da McDonald’s. Già, McDonald’s che, come accaduto in Italia, voleva fare del Parmigiano Reggiano uno degli ingredienti pregiati dei propri panini anche in Russia. McDonald’s, un altro tra i vinti di questa guerra. Ma i veri sconfitti sono i formaggi italiani con Parmigiano Reggiano e Grana Padano che vedono chiudersi la porta di uno dei più importanti mercati per valore e volumi (quasi 45.000 forme in totale esportate nel 2013). A vantaggio di altri formaggi di imitazione o svizzeri (la neutralità evidentemente porta profitto anche ai formaggi!). In questa situazione come detto ci si arrangia, magari trattando con chi è oggi diventato un nemico (commerciale). E così i nobili formaggi italiani a pasta dura cercano di passare la frontiera russa inserendosi tra i prodotti speciali destinati a consumatori a rischio (e perciò esclusi dall’embargo) perché privi di lattosio. Tutto merito dell’attività fermentativa di miliardi di batteri lattici… e pensare che la maggior parte di loro è rappresentata dal Lactobacillus helveticus (in questo caso meno neutrale che mai!). Miliardi di batteri per salvare milioni di euro di mancato export, piena guerra batteriologica mi verrebbe da dire. Infine, come in ogni Guerra che si rispetti, spunta lo spirito autarchico con un ministro russo che afferma: «Quanto al parmigiano, qualsiasi genere di formaggio può essere prodotto se si investe in sforzi e conoscenza. Questo non è un problema». Forse ha ragione. In tempo di Guerra il caffè era di cicoria, perché non accontentarsi del “Пармезан” (Parmezan)?

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