Strategie del cacio

v192Il mercato del latte ovino e del “pecorino romano” ha vissuto un 2015 da record. Prezzo del latte a un euro al litro e esportazioni in crescita. Dalla primavera 2016 le quotazioni sono precipitate con il prezzo del formaggio dimezzatosi e quello del latte sceso a 50-60 centesimi. La querelle sull’inversione delle quotazioni si è focalizzata sul colpevole di turno individuato, come spesso accade, tra prodotti importati (in questo caso pecorino dall’Est Europa) e politiche di cartello attuate dalle industrie trasformatrici.

Come in altre analoghe situazioni, la vicenda mostra invece tutti limiti di certe filiere latte incapaci di capitalizzare (in termini di strategie) contesti di mercato favorevoli per (ri)strutturarsi secondo logiche che, andando oltre la protesta di piazza, permettano di gestire meglio questi momenti di crisi. C’è da sperare che la nuova Organizzazione interprofessionale latte ovino sardo (Oilos) possa, come dichiarato, rappresentare veramente uno strumento con cui pianificare il futuro senza essere ostaggio del mercato.

La recente vicenda del “cacio romano” dimostra però che i problemi non sono solo quelli riconducibili a politiche di cartello o ai formaggi di pecora esteri. Il cacio in questione è quello con cui un tavolo di filiera promosso da una parte del mondo politico e associazionistico agricolo del Lazio vorrebbe “regolamentare la filiera del latte ovino laziale, consolidarla sul territorio e conferirle autonomia e indipendenza, economica e produttiva, da quella sarda”. Tavolo istituito con la prospettiva di riconoscimento di una nuova DOP, ossia il “cacio romano”. Il supporto politico regionale all’iniziativa si è palesato come “difesa della identità di un prodotto che ci appartiene per storia”. Avvertendo che “non accetteremo mai politiche che possano distruggere l’economia della nostra regione”.

Passi per la politica, ma suona paradossale che l’iniziativa sia supportata dalla stessa organizzazione agricola che in Sardegna partecipa a Oilos e sostiene le proteste in piazza degli allevatori per la caduta del prezzo del latte. Di sicuro, non sarà un nuovo cacio a valorizzare di più le produzioni e le economie territoriali, se è vero che oggi il maggior valore aggiunto del latte ovino passa soprattutto per la valorizzazione di prodotti (già) certificati e riconosciuti sul mercato (inter)nazionale, come il “pecorino romano”. Quanto recentemente accaduto con il “cacio romano” dimostra invece come iniziative estemporanee lungi dall’essere nuove strategie di filiera possono solo indebolirne altre consolidate. Ugualmente, dimostra come i fautori del Made in Italy possano, a seconda dei casi, innalzarsi a paladini contro il falso formaggio italiano di importazione o elevarsi a protettori di un cacio locale contro un altro formaggio italiano.

Da costoro vorrei sapere se la difesa dei formaggi (di pecora) italiani passa per il Brennero o per il mar Tirreno. Mi verrebbe da chiedere quale è (se esiste) la strategia per tutelare il “cacio romano” dal “pecorino romano”. In ultima analisi, gli chiederei che Cacio vogliono.

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