I duri (non) comunicano

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Negli ultimi mesi i mezzi di comunicazione si sono più volte interessati del Parmigiano Reggiano. Prestando attenzione ad alcune campagne di promozione di questo formaggio DOP. Campagne obiettivamente non ingannevoli nello spirito del messaggio che volevano trasmettere, ma non sempre correttamente interpretate da tutti. A partire dallo slogan “Nelle nostre stalle non serve il veterinario”, utilizzato nella promozione online del Parmigiano Reggiano. Un messaggio (poi rimosso) evidentemente sbagliato nella sostanza, ma che voleva comunicare l’attenzione della filiera verso il benessere animale. Analoghe considerazioni per l’ormai famoso casaro Renatino, novello Stachanov che in uno spot televisivo dichiarava la propria felicità nel lavorare 365 giorni l’anno per produrre Parmigiano Reggiano. Affermazione che, in tutta onestà, non sarebbe difficile collocare nella retorica (e purtroppo finzione) con cui spesso si tende a comunicare valore e qualità dei prodotti DOP.

Non bastasse, con la risonanza data dalla prima serata televisiva, altre critiche sono arrivate relativamente alla liceità di ricoprire cariche all’interno del Consorzio per chi produrrebbe Parmigiano Reggiano e i cosiddetti “similari”. La disputa statutaria è sicuramente meno interessante del tema, non nuovo, dei formaggi duri DOP e “similari”. Da tempo, la domanda di quest’ultimi è tutt’altro che marginale, pari a una quota significativa di quella totale per Parmigiano Reggiano e Grana Padano. Un successo commerciale meno noto a livello mediatico, probabilmente perché politicamente poco comunicabile rispetto al tema evergreen della tutela dei duri DOP dai “similari”, anche sul patrio suolo. Eppure, i “similari” non rappresentano una mera questione di possibile conflitto di interesse di chi produce entrambi le tipologie di formaggi. Né, semplicisticamente, sono solo una risposta al contingentamento produttivo di Parmigiano Reggiano e Grana Padano, o all’eventuale eccesso di latte disponibile nell’era post quote. Le chiavi di lettura sono anche altre. Il “similare” rappresenta una concreta opportunità industriale di innovare una certa tecnica casearia, non solo in un’ottica di riduzione dei costi di produzione. E, per questo, oggi tende a rispondere a mutamenti delle preferenze di acquisto del consumatore. In parte determinate da un differenziale di prezzo tra “similari” e DOP, ma anche dalla conoscenza delle loro caratteristiche non inferiori per certi contenuti qualitativi e di servizio rispetto agli “originali”.

In conclusione, “similari” che comunicano raramente, “originali” che lo fanno più spesso, non sempre al meglio. Per entrambi, strategie di promozione da (re)inventare per esaltare non le differenze ma le proprie reali qualità.