Bianco, nero o il latte?

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A dicembre 2020, i dipartimenti dell’Agricoltura (USDA) e della Salute statunitensi hanno pubblicato le “Linee guida dietetiche 2020-2025 per gli americani”. Da 40 anni, le Linee indirizzano i programmi di assistenza nutrizionale (per decine di miliardi di dollari) dell’USDA e rappresentano un punto di riferimento per i nutrizionisti americani. Non potrebbe essere altrimenti, considerato che in base all’indice di sana alimentazione (Healthy Eating Index) dello stesso USDA, la dieta dell’americano non sarebbe ottimale e poco allineata con le raccomandazioni nutrizionali delle linee guida.

Per quanto riguarda il latte, le raccomandazioni riflettono le indicazioni dell’edizione precedente. Ossia 2-3 “porzioni” (244 g) giornaliere in funzione di età e stile alimentare: “americano”, mediterraneo o vegetariano. Raccomandazioni che ribadiscono quindi l’utilità dei prodotti lattiero-caseari, soprattutto di quelli a ridotto tenore in grasso, in un modello dietetico ideale. Vantaggioso per chiunque, indipendentemente da età, razza, etnia.

Tutto bene? Non proprio, perché queste indicazioni hanno sollevato le proteste di parte del settore latte e della classe medica statunitensi. Il primo rivendicando l’importanza nutrizionale del grasso nei prodotti lattiero-caseari. Obiezione condivisibile se contestualizzata alla recente rivalutazione nutrizionale di alcuni grassi saturi e alla diffusa carenza di vitamina D nella popolazione americana. La seconda contestando la mancanza di un indirizzo “razziale” delle linee guida, in merito alla quantità di latte e derivati da consumare quotidianamente. Secondo alcune organizzazioni mediche, infatti, queste raccomandazioni dietetiche sarebbero inadatte o persino pericolose per la popolazione nera perché aumenterebbero il rischio di cancro alla prostata e al seno, forme tumorali particolarmente letali tra i neri americani.

Argomentazioni non nuove e riguardanti anche i bianchi a dire il vero, visto che la “Harvard School of Public Health” propone da tempo un modello alimentare (Healthy Eating Plate) che limita l’assunzione di latte e derivati a 1-2 porzioni giornaliere. Quindi in sostanziale contrasto con le raccomandazioni delle Linee guida.

In generale, la proposizione di linee nutrizionali suscita sempre qualche polemica. A volte solleva anche dubbi sull’imparzialità delle raccomandazioni rispetto a lobby industriali e professionali. Di sicuro, l’incoerenza di molti studi che collegano latte e derivati all’aumento di rischio di determinate patologie, tumori in particolare, crea ulteriore incertezza in chi definisce le Linee guide e in chi le dovrebbe seguire. Le cose sono quindi complicate. Come minimo, sarebbe almeno importante sapere se un bicchiere di latte in più fa male. Per tutti, bianchi o neri.

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