Fratelli coltelli

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Il valore alimentare del latte è sempre più in discussione. Di certo non solo come conseguenza di mutati stili di consumo o di disinformazione e fake news. Molti sottovalutano l’effetto negativo determinato dall’assenza di iniziative forti e autorevoli per porre rimedio a questo fenomeno. Non escluso l’assordante silenzio di parte dei protagonisti della filiera e, perché no, della politica. Che, meglio di niente, qualche mese fa ha (finalmente) battuto un colpo, almeno in Lombardia. Così, nell’ambito della “Giornata mondiale dell’alimentazione” indetta dalla FAO, il Governatore lombardo si è speso in prima persona nel difendere il latte. Tanto per l’aspetto economico generato dalla filiera, un dato di fatto per l’economia agricola lombarda. Quanto con l’intento di «promuovere le qualità di questo alimento e difenderlo a livello istituzionale». Propositi meritori e meritevoli di menzione perché espressi in presenza di una platea costituita soprattutto da giovani. Un target di consumatori tra i più coinvolti dai mutamenti degli stili alimentari e tra i meno acculturati, nutrizionalmente parlando.

Tutto bene… ma anche no. Perché, secondo alcuni, quella del Governatore è stata un’iniziativa a supporto del latte “industriale”, per intenderci quello da zootecnia intensiva. Secondo gli stessi, un prodotto da considerare “innaturale” e di “qualità inferiore” perché proveniente da vacche alimentate con mangimi e insilati, invece che con fieno e erba. Un approccio (magari meno naturale) ma che determina solo minime differenze nutrizionali a svantaggio del latte “industriale”, perlopiù ascrivibili alla (peggiore?) composizione del grasso. Paradossalmente, in un conteso di mercato dove il consumatore desidera un prodotto magro o, volendo, può consumare latte arricchito di grassi nutrizionalmente utili.

Eppure, pur accettando alcune delle ragioni dei sostenitori del latte estensivo, ciò che impressiona è la loro pervicacia nel denigrare quello intensivo. Nella convinzione che la cosa migliore per valorizzare il primo sia l’affossamento (in termini nutrizionali) del secondo, quello industriale appunto. Una rappresentazione costante di una visione antitetica, per molti versi inconciliabile, di immaginare il presente e il futuro, non solo nutrizionale, del latte. Sia chiaro, qui non si tratta di stare da una parte o dall’altra. Ma di restare dalla parte del latte, senza distinzione tra i prodotti ottenuti da un modello di zootecnia estensiva o intensiva. Questa logica da fratelli coltelli, semplicemente oppositiva si riduce a una sterile contrapposizione tra latti (forse) diversi, ma non cambia l’attuale generale ostracismo (non solo nutrizionale) verso il latte. Indipendentemente dalla sua provenienza. Peggio, questa logica conduce all’adozione di una terminologia (l’innaturalità del latte da zootecnia intensiva) che rimanda al peggior pensiero animalista o vegano. Contro il quale, bisognerebbe ricordarselo, è necessario che si concentri la discussione.

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