Contenuto e contenitore

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Una confezione di latte è più che un contenitore. È il risultato di un continuo sviluppo tecnico-scientifico che nel corso di un secolo ha migliorato la praticità d’uso, la conservabilità e la sicurezza del latte. Contenuti di servizio, ma non solo. Il contenitore è stato, nello stesso tempo, un fattore di identità del latte. Ha avuto un’importante funzione comunicativa, oltre che informativa, per il consumatore. Basterebbe un breve excursus sulla storia dei contenitori per il latte per apprezzare questo aspetto. A partire dalla forza evocativa della bottiglia di vetro ideata nel 1885 dal dottor Thatcher, con vacca e mungitore in rilievo e chiusura a molla per il tappo. Un’innovazione che gli valse addirittura il titolo di “Father of the Milk Bottle”. Contenitore che con l’introduzione della capsula metallica di chiusura ha costituito fino agli anni quaranta il tratto evocativo peculiare del latte confezionato. Passando poi a Rausing, e al suo contenitore a forma di tetraedro. Che, per chi come me bambino negli anni ‘60, evoca ancora oggi il latte più che le lezioni sui solidi geometrici a scuola. Il primo contenitore impermeabile all’aria grazie all’accoppiamento del cartone con un sottile strato di materiale plastico. Un’evoluzione che, con la successiva introduzione del poliaccoppiato e delle bottiglie in plastica, ha segnato il passaggio del contenitore da semplice recipiente a vero packaging funzionale, non solo per il latte.

Oggi il packaging del latte ha ancora una sua forza comunicativa. Non più quella originaria, così fortemente basata su un sentire comune che associava il contenitore alla qualità e al valore del contenuto. Ma più rivolta alla differenziazione dalla concorrenza. Una strategia comunicativa che vuole soddisfare requisiti di funzionalità, come l’ergonomia e la facilità d’uso. E, più di tutti, oggi mira alla proposizione di un packaging sostenibile, meglio riciclabile.

Requisito non semplice da raggiungere, perché non tutti i materiali sono idonei a proteggere il latte. E perché oggi significa ridurre i problemi del riciclo dei poliaccoppiati. Per esempio, con la riduzione del peso del cartone, l’utilizzo di bioplastiche e la rimozione dell’alluminio. La sostenibilità significa anche aumentare la quantità di bottiglie in plastica riciclate. Anche di quelle in PET opaco, ampiamente utilizzate per il latte, ma che richiedono una raccolta differenziata specifica per poter essere trasformate in una nuova bottiglia.

Il bottle to bottle per il latte è solo all’inizio. Ma il 2025 non è lontano, anno in cui le bottiglie in PET immesse sul mercato dovranno contenere almeno il 25% di plastica riciclata. Il 30% entro il 2030, limite temporale anche per il riciclo di almeno il 55% degli imballaggi in plastica.

Una sfida intrigante per il packaging del latte. Che dovrà essere sempre più ecocompatibile, senza perdere i requisiti di funzionalità e di comunicatività che lo hanno reso un elemento identitario, quasi iconico, del latte da più di un secolo.

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