Da von Liebig alla cereulide

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L’allattamento al seno è il sistema di alimentazione ideale per il neonato. Secondo l’OMS l’unico per i primi 6 mesi di vita, complementare fino a 2 anni. In casi molto specifici o nell’impossibilità di allattamento, i latti e le formulazioni per la prima infanzia a base di latte vaccino rappresentano da tempo alternative importanti per la nutrizione neonatale e infantile. Storicamente, l’uso del latte di vacca per questi scopi risale al 1800, favorito dalla rivoluzione industriale e dalle prime conoscenze scientifiche sulla composizione dei latti vaccino e materno. Così, dalla semplice diluizione del latte di vacca con acqua e aggiunta di saccarosio, si arrivò nel 1867 alla prima formulazione commerciale, grazie al lavoro di Justus von Liebig. Eclettico chimico tedesco, più noto per l’invenzione dell’estratto di carne e la fondazione dell’omonima azienda produttrice di dadi per brodo. Da allora, lo sviluppo dei latti per la prima infanzia non si è mai fermato. Ancora oggi rappresenta una delle più interessanti sfide scientifiche e tecnologiche in ambito industriale per “umanizzare” il latte vaccino riducendo il più possibile il gap compositivo e funzionale tra latte di vacca e materno. Un obiettivo quasi raggiunto per molti dei nutrienti che li differenziano chimicamente.

Per paradosso, permangono alcune criticità per la loro sicurezza microbiologica. A giudicare dal recente caso di latte per la prima infanzia contaminato da cereulide. Una tossina termostabile prodotta da Bacillus cereus presente (così sembra) nell’olio di acido arachidonico utilizzato per adattare la componente lipidica delle formulazioni alle esigenze del neonato.

Purtroppo, l’ultimo di precedenti e non meno preoccupanti episodi riguardanti contaminazioni microbiologiche di questi prodotti. Vulnerabilità in parte create anche da filiere globali di approvvigionamento di materie prime e ingredienti necessari alla loro preparazione. A volte più complesse dei sistemi di verifica destinati a monitorarle, in quadri normativi non sempre omogenei per tipo e qualità dei controlli. Con il pericolo che un modello di sicurezza comune possa essere ritenuto adeguato anche per prodotti destinati a una fascia di consumatori particolarmente sensibile al rischio chimico e microbiologico.

Negli ultimi anni, questi episodi hanno incrinato la resilienza (anche economica e di reputazione) del sistema produttivo di queste formulazioni. Oggi concentrato in grosse realtà industriali che necessariamente dovranno rivedere il concetto di rischio “accettabile” e riposizionarsi su standard di sicurezza ancora più stringenti. Contemporaneamente, hanno anche indebolito la fiducia in prodotti considerati come i più sicuri per principio e destinazione. Per le formulazioni la domanda non è se il rischio sia basso, ma se sia abbastanza basso. Ridurlo a zero è impossibile. Di certo quando il controllo fallisce, le conseguenze sono imprevedibili anche a fronte dell’eccezionalità dell’evento.

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