Resistenti e permissivi

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Negli ultimi tempi il dibattito sui potenziali effetti legati al consumo di probiotici si sta facendo sempre più interessante. Ma anche più controverso e, non di rado, avverso alla consolidata convinzione della loro utilità per la salute umana, o perlomeno per l’intestino. Come riportato in due recenti articoli pubblicati sulla prestigiosa rivista Cell, ripresi sul non meno importante Journal of the American Medical Association (JAMA) in un articolo dall’eloquente titolo: Are Probiotics Money Down the Toilet? Or Worse?
Nel primo dei due lavori, si prova come l’utilizzo di probiotici (comprendenti quattro dei generi batterici più utilizzati al mondo) in pazienti sani non porti automaticamente alla relativa colonizzazione del loro intestino. Dimostrando che è il microbioma individuale preesistente al trattamento con probiotici che determina in larga parte il successo della loro colonizzazione. L’esistenza di persone “resistenti” o “permissive” (così vengono indicate nel lavoro) alla colonizzazione intestinale da parte dei probiotici non è peraltro un’assoluta novità, ma avvalora altre ricerche cliniche giunte ad analoghi risultati in persone sane. Nel secondo studio, sempre su individui sani, i ricercatori hanno valutato ciò che succede utilizzando probiotici dopo un trattamento con antibiotici. Rilevando che nessuno degli individui risultava “resistente” alla colonizzazione, ma anche evidenziando che il consumo di probiotici ritardava di molto il ripristino del microbioma nativo precedente l’utilizzo di antibiotici.
Gli studi “fuori dal coro” non sembrano tuttavia influenzare l’attuale interesse dei consumatori verso i probiotici. Negli Stati Uniti, per esempio, almeno 4 milioni di persone consumano probiotici. Ampiamente utilizzati anche in ambito medico essendo stati utilizzati per 50.000 casi di ospedalizzazione in circa 140 nosocomi americani. Nel complesso un mercato in decisa crescita per un controvalore di 2,4 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti. Nonostante, l’associazione americana di Gastroenterologia suggerisca che i probiotici non dovrebbero essere usati indiscriminatamente.
La vera domanda da porsi è quindi se il consumatore conosce il ruolo del microbioma sulla salute dell’intestino, e il legame tra quest’ultima e la sua salute generale. Informazioni frequentemente desunte dal web, magari dai “The Best Gut Health Blogs of 2019”. Come succede agli irlandesi che, secondo il Gut Education Index, mostrano poca competenza sull’argomento, ma sarebbero tuttavia disposti a seguire un corso per migliorarla.
Lavorare su questi e altri consumatori “non resistenti” alla conoscenza, attraverso fonti e interlocutori autorevoli e credibili, è forse il modo migliore per creare maggior consapevolezza e le giuste aspettative in chi utilizza probiotici. Almeno fino a quando non sarà possibile creare un probiotico personalizzato.

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