Una sentenza “originale”

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La Francia, come altri Paesi UE, adotta specifiche norme che obbligano a indicare in etichetta l’origine geografica del latte, anche quando usato come ingrediente. A metà marzo, il Consiglio di Stato francese ha annullato tale l’obbligo nel Paese transalpino. La motivazione? Manca la dimostrazione di quanto la Corte di Giustizia UE (interpellata dal Consiglio) ritiene come condizione necessaria per implementare la legislazione europea con norme nazionali sull’origine più vincolanti. Ossia, l’esistenza di un nesso dimostrato tra la qualità del prodotto e la sua provenienza, e la prova che la maggior parte dei consumatori attribuisce un valore all’indicazione dell’origine. Condizioni distinte, ma entrambe (e in successione) da soddisfare.

Al di là di ciò che accadrà in Francia, la sentenza del Consiglio solleva questioni più generali. La prima riguarda l’opportunità di avere un quarto dei Paesi UE con norme più restrittive riguardanti l’origine di latte (e altri prodotti) rispetto alla normativa europea. Una coesistenza non semplice, dovendo conciliare “libero mercato” e interessi di consumatori, filiere tradizionali e industriali. Su questi punti la discussione nei singoli Paesi non è (stata) priva di demagogia, anche in Italia. Troppo spesso semplificata come un attacco alle filiere nazionali o l’ennesimo favore ai grandi gruppi industriali del latte.

La seconda considerazione, più pertinente i contenuti della sentenza, riguarda la necessità di definire esattamente il nesso origine/qualità. Aggiungo io, senza cadere nella tentazione di supportare la qualità del latte nazionale affossando quella del latte “straniero”. Come spesso accaduto in alcuni dei Paesi con norme più stringenti sull’origine. Una rappresentazione antitetica, quasi patriottica del latte “nostrano” che facilmente scivola anche nell’idea di un sovranismo alimentare irrealizzabile per molte filiere agro-alimentari nazionali, compresa quella del latte. Un confine fisico e immaginario che separa e idealizza o demonizza i due latti, “nostrano” e “straniero”, ma che prescinde da una vera comparazione qualitativa. In mancanza della quale la questione diventa semplicemente di pensiero e non di sostanza.

La qualità del latte è questione complessa, per chi la deve definire e per il consumatore che deve attribuirle un valore. Ancora più difficile identificare una proprietà oggettiva del latte che possa essere univocamente collegata alla sua origine. Se pensassimo solo alla composizione, fatti salvi gli aspetti igienico-sanitari cogenti per tutto il latte prodotto nell’UE, molti dei Paesi con norme più vincolanti non avrebbero particolari elementi per supportare la superiorità del loro latte, né come tale né come ingrediente. Se si pensasse anche a questo, la sentenza del Consiglio avrebbe perlomeno il merito di stimolare un dibattito un po’ più “originale” sulla qualità del latte.

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