Devil in the milk

di Ivano De Noni

Il  titolo dell’editoriale è quello di un libro pubblicato nel 2007 (autore K. Woodford) nel tentativo di fare un compendio (più o meno) scientifico sugli effetti negativi sulla salute collegati al consumo di latte e derivati  contenenti la beta caseina A1. Altri due libri “Milk, to drink or not to drink” e “Don’t Drink A1 Milk!!” uscirono a breve distanza riportando simili conclusioni. Ho dovuto affrontare la questione “caseina A1”, non certo nuova,  nello stesso arco temporale poiché coinvolto in un working group EFSA chiamato a esprimere un parere proprio su l’argomento (se interessati vi rimando al report finale: doi:10.2903/j.efsa.2009.231r).

La ragione per cui parto da qui è perché la documentazione raccolta all’interno del gruppo mi ha consentito di constatare quanto diffusa fosse (ed è) l’opinione che il consumo di latte e derivati esercita effetti nefasti sulla nostra salute, al netto ovviamente di quanto noto in termini di intolleranze e allergie. Al riguardo, la scientificità di molti documenti studiati e di certi siti web dedicati era (ed è) prossima allo zero. Tuttavia il messaggio che ancora passa attraverso queste fonti rischia di essere piuttosto pericoloso associando al consumo di latte e derivati le peggiori patologie del mondo occidentale. A titolo di esempio, vi rimando ai contenuti del sito NotMilk (www.notmilk.com) con tanto di gadget e T-shirt con stampato l’esplicativo messaggio: M(mad cow diseases)I(iron defi ciency) L(lactose intolerance) K(killer bacteria). La questione che divide lattofili e lattofobi non è quindi solo antropologica, ma in certi casi diventa il discrimine tra gli alimenti che fanno bene e quelli che fanno male o peggio ti uccidono. Quindi, una questione che solleva dubbi nutrizionali e di sicurezza difficilmente confutabili se non facendo ricorso alle evidenze scientifiche. E qui sta il punto, perché un certo revisionismo nutrizionale (chiamiamolo così) di latte e derivati trova spazio anche in ambito scientifico. La Harvard School of Public Health (HSPH) e l’Harvard Medical School propongono una piramide alimentare (Healthy Eating Plate) che indica di limitare l’apporto di proteine lattee e di ridurre l’assunzione di latte e derivati “to one to two per day”. L’Healthy Eating Plate suggerisce quindi di ridurre l’apporto consigliato di “three servings per day” dalla piramide alimentare MyPlate proposta dall’U.S. Department of Agriculture (USDA). La motivazione, lapidaria, è che non esistono evidenze che elevati livelli di latte e derivati nella dieta proteggano dall’osteoporosi e che, al contrario, esistano evidenze che gli stessi livelli siano pericolosi per la salute.
Un lavoro appena pubblicato su Comprehensive Reviews in Food Science and Food Safety (doi: 10.1111/1541- 4337.12011) ribadisce invece la mancanza di dati conclusivi in termini di gravi effetti negativi sulla salute umana. Fin qui ci siamo, Popper affermava che “la nostra conoscenza può essere solo finita, mentre la nostra ignoranza deve essere necessariamente infinita”… da buon ricercatore confido nell’avanzamento delle conoscenze scientifiche. Rimango perplesso invece quando la stessa HSPH afferma che le indicazioni incluse nell’Healthy Eating Plate sono basate esclusivamente sulle migliori e più attuali conoscenze scientifiche (ci mancherebbe), e non sono soggette a pressioni commerciali e politiche di industrie alimentari. È importante chiarire se un bicchiere in più o in meno di latte può avere riflessi negativi sulla nostra salute… fondamentale è conoscere se tale indicazione è data in scienza e coscienza o se rappresenta il risultato di pressioni di lobby. Se milk is the devil… qualcuno ci mette i coperchi!

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