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Le microplastiche sono fibre e frammenti più piccoli di 5 millimetri che vengono ingeriti soprattutto con acqua, cibo e, in parte, per inalazione. Nel solo Mediterraneo si stima che ogni anno vengano riversate 280.000 di tonnellate di plastica, di cui il 6% microplastiche. Sebbene ancora incerte, le conseguenze per la salute pubblica riguarderebbero molteplici aspetti. Queste particelle sono infatti in grado di attraversare le barriere intestinale ed ematoencefalica. Persino la placenta. Possono rilasciare additivi utilizzati nella fabbricazione delle plastiche. Non solo, pare che possano anche veicolare microrganismi patogeni adesi alla loro superficie. E addirittura modificare negativamente i processi digestivi di molti nutrienti come grassi, amido e proteine.

Alla problematica microplastiche non sfuggono neanche latte e derivati. Fin dalla produzione primaria. È di qualche mese fa uno studio, svolto in alcune stalle da latte olandesi, che ha rilevato la presenza di microplastiche in campioni di foraggio, latte e sangue delle vacche. Senza differenze tra stalle convenzionali e biologiche. Più in generale, nei prodotti lattiero-caseari la contaminazione è principalmente conseguenza del tipo di processo produttivo impiegato e dell’utilizzo di pellicole e imballaggi per il confezionamento. Microplastiche di varia morfologia, colore e natura chimica sono state ritrovate in latte alimentare e in polvere, formule per l’infanzia e yogurt.

La soluzione del problema non appare né semplice né immediata. Anche perché poco si conosce sui meccanismi di trasferimento delle microplastiche al prodotto. Per esempio, per quanto riguarda l’imballaggio, composizione del contenitore, temperatura di riempimento, tempo di contatto e contenuto di grasso del prodotto da confezionare pare giochino un ruolo chiave al riguardo. Nel complesso, secondo i pochi dati disponibili si possono ritrovare da poche unità a centinaia di microplastiche nei prodotti lattiero-caseari.

È chiaro che queste particelle rappresentano un problema emergente per le filiere agroalimentari. Un dato di fatto, anche secondo la Commissione europea, che siano già parte della catena alimentare. Più indagini indicano che ogni settimana ingeriamo anche 2000 frammenti micrometrici e nanometrici di plastica. Mediamente circa 5 grammi, oltre 250 grammi all’anno. A fronte di ciò però, una preoccupante mancanza di norme specifiche, anche per i protocolli analitici per la rilevazione e quantificazione delle microplastiche. Lacuna che la Commissione ha cercato in parte di colmare circa due mesi fa emanando la Decisione che stabilisce la metodologia per misurare le microplastiche nelle acque destinate al consumo umano. E, soprattutto, a livello UE non esiste nessuna capillare indagine sulla loro presenza e origine nei prodotti lattiero-caseari. Dati che sarebbero invece necessari per stabilire piani di mitigazione del rischio lungo l’intera filiera, dalla raccolta del latte al prodotto finito.

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