C’era una volta

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I dati relativi allo spazio dedicato dai media al tema dell’alimentazione (e dintorni) evidenziano un interesse crescente, con un forte focus sulle tematiche relative alle filiere cosiddette tradizionali, alla sicurezza alimentare e alle potenziali relazioni tra alimentazione, salute e ambiente. Risultati forse scontati, purtroppo anche per alcune osservazioni e conclusioni che dagli stessi dati si possono trarre. A partire dalla constatazione che oggi chiunque parla e scrive di questi argomenti. Una deriva comunicativa pericolosa testimoniata dall’altrettanto crescente necessità di sfatare o demolire pregiudizi e fake news su queste tematiche. Una sorta di (contro)informazione che non sembra tuttavia trovare così spazio nei media. E, per questo, non sufficiente a controbilanciare l’immagine che gli stessi media danno di taluni alimenti e relative filiere. Soprattutto di quelle mediaticamente disprezzate come intensive.

Iniziando magari da quella del latte alla quale si attribuiscono deleteri effetti sull’ambiente e sulla salute, non solo della vacca. A meno di orientare la filiera verso un modello non intensivo. Oggi, l’unico veicolato dai media, il solo che fa audience, e purtroppo opinione, in un sistema di info-tainment agroalimentare di stampo tra il romantico e il bucolico. Che massimizza il risultato proponendo al contorno solo programmi scandalistici riguardanti la filiera intensiva. Eppure, dovrebbe essere evidente, incluso a chi individua le linee editoriali dei mezzi di comunicazione, che un modello estensivo non può soddisfare l’attuale richiesta di latte e derivati. Lo stesso vale per la discussione sulla qualità del latte, demagogica quando suggerisce che il fieno, la vacca autoctona e via dicendo sono i soli prerequisiti di un latte di qualità.

Quello che accade invece è il continuo ammiccamento dei media a un utente/consumatore attratto dallo scandalo, dal racconto e dall’affabulazione. Meglio se veicolati tra fuochi e fornelli e da cuochi, food blogger o food stylist. Meglio ancora in un’ambientazione da favola. Un format narrativo che, anche recentemente, non sembra aver risparmiato certa comunicazione (soprattutto pubblicitaria e televisiva) della filiera latte “intensiva”. Tra vacche solo al pascolo, casari indefessi e consumatori emozionati. Quasi fosse un problema raccontare una realtà produttiva che, pur con dei limiti, è uno dei settori portanti dell’agroalimentare italiano e, in questo momento, uno di quelli che sta attuando il maggior sforzo per una migliore sostenibilità e trasparenza.

La sfida comunicativa parte quindi da qui, dalla necessità (e capacità) di comunicare la realtà ai (vecchi e nuovi) media e consumatori, senza inutili richiami a ciò che non esiste o è irrealizzabile.