Vivo o morto

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shutterstock_62976205Secondo recenti indagini, il mercato globale di ingredienti, integratori e alimenti probiotici (in particolare lattiero-caseari) potrebbe raggiungere il valore di circa 50 miliardi di euro entro il 2020. Le ragioni di questo trend sono principalmente legate ai positivi effetti, in termini di benessere e salute, potenzialmente attesi dal consumo di prodotti contenenti probiotici. Tutto ciò a dispetto di un quadro normativo UE carente che, di fatto, ha portato da qualche anno al bando del termine probiotico. La situazione appare ancora in cerca di una soluzione anche sulla base della richiesta di alcuni Paesi europei e dell’International Probiotics Association (IPA) di riconoscimento dell’indicazione “contiene probiotici” quale claim nutrizionale generico. Per intenderci al pari di quanto oggi previsto dalla legislazione europea (reg. 1924/2006) per l’indicazione “contiene…” riferita per esempio a fibre, vitamine o sostanze nutritive di altro tipo.

Eppure, la ricerca sulle proprietà bioattive dei probiotici e lo sviluppo di tecnologie per veicolarli in alimenti e ingredienti non si sono fermati. Curiosamente, sempre più dati scientifici documentano l’attività probiotica anche di batteri inattivati o di loro frazioni cellulari. Dati che hanno da tempo favorito la commercializzazione di prodotti contenenti batteri probiotici inattivati per i quali è stato recentemente introdotto il concetto di “paraprobiotico” (I paraprobiotici, Il Latte, novembre 2014).

Addirittura, un recente lavoro scientifico ha dimostrato che alcuni ceppi di Lactobacillus paracasei, e nello specifico il ceppo NCC 2461, sono in grado di esercitare una maggiore attività immunomodulante da morti, ossia dopo inattivazione termica. Quindi, il ceppo ma anche il suo stato fisiologico diventano determinanti per esercitare uno specifico effetto probiotico. Ancora più interessante apprendere dalla stessa ricerca che l’interazione ospite-microrganismo alla base di questa attività è determinata da meccanismi epigenetici in grado di modulare una espressione genica con produzione di molecole coinvolte nella risposta immunitaria.

Queste ricerche ampliano quindi il significato consolidato che del termine probiotico si è fatto fino a oggi ossia di un’aggettivazione o di un sostantivo riservati a microrganismi vivi. Specificazione compresa nella definizione di microrganismo probiotico proposta da FAO e Organizzazione Mondiale della Sanità, definizione a sua volta recepita nelle linee guida del ministero della Salute. Insomma, un settore che offre interessanti spunti di discussione, anche normativi. La recente apertura di EFSA e della DG Sanità della Commissione europea verso le richieste dell’IPA dimostra un rinnovato interesse dell’UE per questa discussione sui probiotici. Soprattutto in previsione di un’espansione del loro mercato. È molto probabile infatti che in un prossimo futuro il probiotico sarà sempre più ricercatovivo o morto verrebbe da dire.

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