Grana Padano. Quote latte e piani produttivi

Berni, StefanoRiceviamo e pubblichiamo integralmente una lettera aperta di Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Grana Padano, inerente le quote latte e piani produttivi.

“In queste settimane si fa un gran parlare dell’uscita dal regime delle quote latte e dei Piani Produttivi delle DOP casearie come il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano e l’Asiago. È bene quindi soffermarci sulle enormi differenze che esistono tra i Piani Produttivi e le quote latte. Le quote latte hanno rappresentato un vero freno alle aziende zootecniche e le multe avevano un costo quasi pari al valore del latte. Coloro che pagavano tali multe non acquisivano alcun diritto a crescere le produzioni sugli anni successivi, la sommatoria di tali multe non aveva alcuna ricaduta sul settore e tanto meno sui soggetti che erano costretti a pagare. Le aziende lattiere erano, di fatto, imbrigliate rigidamente nella loro espansione che poteva avvenire solo attraverso onerosissimi investimenti necessari ad acquistare quote dalle stalle che decidevano di chiudere. Un altro aspetto deleterio che ha fatto nascere male e crescere peggio il regime delle quote latte è stata l’incertezza che ne ha connotato i primi anni e la mala gestione emersa dalle indagini pubbliche che anni fa sono state svolte nel merito. La non chiarezza e le “furberie” sono sempre prodromi di confusioni, pronunciamenti e contro pronunciamenti che fanno male al sistema che le subisce. L’unico aspetto, che non assolve il mal gestito sistema quote, ma che va onestamente riconosciuto, è che l’aver tenuto l’Italia molto sotto il suo fabbisogno ha consentito negli anni un prezzo medio alla stalla assai più alto di quelli dei Paesi eccedentari che dovevano esportare, come la Germania e la Francia, con un differenziale superiore al costo del trasporto da quei Paesi all’Italia e ciò grazie anche alle DOP, con ciò consentendo di compensare i maggiori costi di produzione delle stalle italiane rispetto alle franco tedesche. Cosa diversissima sono i Piani Produttivi perché si confrontano esclusivamente con i mercati, la loro ricettività e forniscono risorse aggiuntive per l’acquisto di nuovi spazi di mercato. Produrre più di quanto il mercato possa assorbire a prezzi accettabili è la prima regola che l’economia insegna ad evitare, in tutti i settori. Infatti i Piani Produttivi prevedono costi crescenti con il crescere delle produzioni rispetto ad un riferimento produttivo del caseificio solo se viene superato il punto di equilibrio globale, con l’obbligo che tali risorse vengano totalmente e interamente investite per far crescere i consumi mondiali dei prodotti DOP che li adottano. Inoltre tali costi aggiuntivi raggiungono al massimo il 15-20% del valore del prodotto in esubero e chi paga si vede riassegnata una buona parte delle quantità aggiuntive di mercato conquistate. Non va neppure dimenticato che i formaggi DOP sono prodotti da tantissimi caseifici ma vanno sul mercato con un unico marchio e un’unica denominazione e sarebbe pura follia e anarchico comportamento masochistico se non esistesse un orientamento complessivo sulle quantità da immettere sul mercato, specie quando trattasi di formaggi prodotti oggi ma consumati dopo moltissimi mesi. Venendo al caso del Grana Padano, da quando sono in vigore i Piani Produttivi la produzione è cresciuta mediamente del 2,5% all’anno e la dimensione media dei caseifici è cresciuta in produttività annua di ben il 51,6%. Il Piano Produttivo infatti, tra le varie cose, ha anche favorito gli accorpamenti, le fusioni tra cooperative o le cessioni di ramo d’azienda generando benefici a chi ha deciso di cedere i rami d’azienda e ovviamente a chi ha deciso di acquistarli. L’export, grazie anche alle risorse derivanti dall’applicazione del Piano Produttivo, è più che raddoppiato raggiungendo nel 2014 un milione 588mia forme pari a quasi 800milioni di litri latte esportati come Grana Padano e facendo del Grana Padano il prodotto DOP più consumato al mondo. Last but not least il Piano Produttivo non interferisce in alcun modo sulle scelte produttive delle singole stalle ma esclusivamente sulla quantità di latte da trasformare in Grana Padano e quella da destinare ad altri usi da parte dei caseifici, insieme a tutto il resto dell’ottimo latte italiano che non va a Grana Padano. E soprattutto ciò che più conta il Piano Produttivo ha garantito un dividendo medio negli anni per i soci delle cooperative che producono il 60% di tutto il Grana Padano, sicuramente positivo, oltre ad aiutare a tenere il prezzo alla stalla di tutto il latte italiano a livelli migliori rispetto ai franco tedeschi, superiore al costo di trasporto da là a qua. Tutto ciò è stato raggiunto senza appesantire i prezzi di vendita al consumo italiano di Grana Padano che sono cresciuti, per le tasche degli italiani, meno del trend inflattivo. Per cui è bene tenere presente questi numeri, questi risultati, questi obiettivi e queste prospettive quando si discute di quote latte e Piani Produttivi dei prodotti DOP perché i due sistemi, quote latte e Piani Produttivi, non solo sono antitetici nell’ispirazione, nella finalità e nell’applicazione ma lo sono soprattutto nelle prospettive di sviluppo e tenuta futura dell’intero sistema lattiero caseario italiano.

Dott. Stefano Berni
Direttore generale
Consorzio Tutela Grana Padano

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