Oro bianco

È ormai assodato che i consumi di latte siano in calo. I dati parlano chiaro: nel nostro Paese il consumo pro capite è sceso del 25% in 5 anni. Tendenza che non risparmia altri Paesi sviluppati come gli Stati Uniti dove nello stesso periodo il consumo si è ridotto del 10% e quasi dimezzato dagli anni ‘70. Questa situazione, tuttavia, non riguarda molti Paesi in via di sviluppo. In Brasile, per esempio, dal 2010 al 2015 il consumo di latte è aumentato del 12% raggiungendo valori pro capite ormai vicini a quelli medi dell’Unione europea (fonte www.CLAL.it). Dati confortanti per chi crede nel grande valore economico e nutrizionale del latte. Dati meno tranquillizzanti sotto un’altra chiave di lettura, quella dell’adulterazione del latte. Nei Paesi in via di sviluppo, infatti, questa pratica sembrerebbe tutt’altro che occasionale. Le opzioni vanno dalla semplice diluizione, all’aggiunta di sostanze a basso costo per stabilizzare igienicamente il latte o per incrementarne l’apparente tenore proteico. Alcune di queste pratiche oltre che illegali spesso costituiscono anche un serio rischio per la salute pubblica (il caso melammina insegna). Come caso esemplificativo mi rifarei di nuovo al Brasile. Anche in questo caso i dati di una recente indagine parlano chiaro: su 100 campioni di latte UHT del commercio analizzati il 55% era non conforme per presenza di urina, il 44% per formaldeide, il 30% per acqua ossigenata e il 12% per cloro. L’alta percentuale di non conformità dei prodotti finiti per uno o più dei citati adulteranti denota innanzitutto gravi lacune nei sistemi di controllo a livello pubblico e industriale. Ma anche una preoccupante diffusione di fenomeni di adulterazione del latte a livello di produzione o raccolta del latte. Adulterazioni a volte probabilmente involontarie, come nel caso di prodotti a base di cloro utilizzati per la sanificazione degli impianti. Altre volte giustificate da pessime condizioni igieniche o da pratiche chiaramente dolose, magari favorite dall’ampia disponibilità e “convenienza” dell’adulterante, come nel caso dell’urina. L’indagine non specificava la quantità e l’origine dell’urina ritrovata nei campioni di latte UHT analizzati. Per disponibilità e diffusione ambientale, quella delle vacche sembrerebbe più idonea a supportare e giustificare l’adulterazione del latte su così vasta scala. In attesa di controlli più puntuali e efficaci, non resta che sperare che le vacche brasiliane siano simili a quelle allevate nel distretto di Gir in Gujarat, in India. Come scrive il quotidiano The Times of India, nella loro urina è stata riscontrata la presenza di oro, fra tre e dieci milligrammi per litro. Se così fosse, la definizione di “oro bianco” attribuita al latte troverebbe in terra carioca la sua concreta consacrazione.

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