Ismea: che cosa sta succedendo al settore lattiero

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Nel rapporto “Emergenza COVID–19” del marzo 2020, Ismea ha cercato di scattare un’istantanea che ha riguardato tanto la domanda al dettaglio quanto la situazione delle varie filiere agroalimentari. Ecco quanto nel merito del settore lattiero-caseario nazionale. In un quadro generale di rallentamento degli scambi commerciali internazionali, il settore nazionale è in sofferenza: non giova infatti che le aree di maggior produzione risultino essere anche quelle più colpite dall’emergenza sanitaria (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna). Tutto ciò ha portato a una brusca frenata dei prezzi dei formaggi extra duri e a una situazione particolarmente critica per i formaggi freschi e per il latte fresco. Il calo delle vendite da parte dei caseifici, e in alcuni casi il blocco della lavorazione per assenza di manodopera, ha influenzato il ritiro del latte presso gli allevamenti conferenti, determinando anche il crollo delle quotazioni del mercato spot la cui disponibilità risulta in forte crescita.

Si aggrava l’eccesso dell’offerta

Ismea rileva che già in autunno i prezzi all’ingrosso dei principali formaggi avevano iniziato a perdere terreno in primo luogo per un rialzo dell’offerta che aveva riguardato non solo Parmigiano Reggiano e Grana Padano ma anche altri formaggi DOP, come il Gorgonzola. Per esempio, il Parmigiano Reggiano con stagionatura di 12 mesi è passato da 11,15 euro/kg di agosto 2019 a 9,50 euro/kg di gennaio 2020 (-15% in 6 mesi) mentre, in termini cumulati, il numero delle forme prodotte dall’inizio del 2019 è risultato superiore all’anno precedente dell’1,5%. Considerando la minore disponibilità di materia prima nazionale, nota Ismea, la maggiore richiesta da parte dell’industria di trasformazione ha determinato anche un maggiore afflusso di latte in cisterna dall’estero (+11,7% rispetto al 2018) da destinare a prodotti freschi e altri derivati, nonché un incremento delle importazioni di formaggi (+3,9% in volume) e di yogurt (+2,5%).

A fronte di una domanda interna sostanzialmente stabile – nel 2019 la spesa degli italiani per i formaggi duri è cresciuta dell’1,6% principalmente per un aumento dei prezzi al dettaglio e per un minore ricorso alle promozioni – il surplus produttivo è stato indirizzato soprattutto all’export. Oltre 450 mila tonnellate di formaggi e latticini nel 2019 hanno complessivamente varcato i confini nazionali (+6,3% rispetto al 2018) raggiungendo il livello record di 3,14 miliardi di euro (+11,2% rispetto al 2018), di cui quasi 97 mila tonnellate e 1,1 miliardi di euro, attribuibile ai due extraduri DOP.

Negli ultimi mesi del 2019, in particolare a partire dal mese di ottobre, si è verificata però una brusca interruzione di questo trend, soprattutto a causa del rallentamento dei flussi verso gli USA, che rappresentano il primo mercato di destinazione per Parmigiano e Grana (con una quota in volume di circa il 40%). L’effetto dello squilibrio tra offerta e domanda ha indotto un aumento delle giacenze, che per il Parmigiano a dicembre risultavano essere superiori del 6,6% rispetto a un anno prima e il conseguente ripiegamento dei listini.

Con l’insorgere e la diffusione del coronavirus, soprattutto nelle aree di maggior produzione che risultano essere anche quelle più colpite dall’emergenza sanitaria (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna), i prezzi dei formaggi grana hanno evidenziato una brusca frenata: a partire dalla settimana n. 8 dell’anno (17-23 febbraio), per il Parmigiano Reggiano il calo è stato di 40-50 cent/kg e il Grana Padano ha perso circa 15 cent/kg. Inevitabili le ripercussioni sui prezzi alla stalla, che si faranno sentire per le consegne effettuate nel mese di marzo – che tra l’altro coincide con il picco produttivo della campagna – e considerando che a febbraio con 38,52 euro/100 litri (media nazionale, senza premi, Iva esclusa) si è già registrato il 5% in meno rispetto allo scorso anno.

La chiusura del canale horeca sta impattando significativamente sulle vendite dei caseifici e, se per i formaggi stagionati – per i quali gli operatori auspicano anche misure di intervento straordinarie a livello comunitario come gli aiuti all’ammasso – è possibile differire nel tempo il collocamento, la situazione è particolarmente critica per i formaggi freschi e per il latte fresco.

Al fine di limitare gli effetti speculativi, alcuni grandi realtà industriali stanno richiedendo agli allevatori una contrazione della produzione conferita, anche dietro pagamento di un premio compensativo.

Si riempiono i carrelli

Sebbene non in grado di bilanciare l’azzeramento del canale horeca, la corsa all’accaparramento di prodotti alimentari da parte delle famiglie italiane ha segnatamente incrementato le vendite di lattiero caseari presso la grande distribuzione. In particolare, si registra una forte crescita delle vendite di latte UHT, con un +28% dei volumi registrato nel periodo 17 febbraio-15 marzo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che viene decisamente preferito al latte fresco per la maggiore conservabilità. Rialzi considerevoli anche per la di mozzarella vaccina (+21% per il prodotto confezionato a codice EAN) – probabilmente per un aumento dell’impiego in preparazioni casalinghe – e i formaggi duri confezionati (+23%), sia grattugiati che spicchi. L’improvviso rimbalzo della domanda di latte UHT, particolarmente accentuata nelle aree del Centro-Sud, ha spinto alcune Centrali del latte e industrie a riconvertire momentaneamente la produzione dal fresco a quello a lunga conservazione, continuando tra l’altro ad assicurare il ritiro della materia prima presso gli allevamenti locali.

Per quanto riguarda la domanda estera, nei primi tre mesi del 2020, a fronte dei timori diffusi ai primi segnali della pandemia, i buyer della GDO estera hanno accelerato gli acquisti di formaggi assicurandosi una buona disponibilità di prodotti stagionati, anche in considerazione del fatto che all’estero l’horeca ha continuato a lavorare fino all’inizio di marzo. Tuttavia, proprio a seguito delle scorte accumulate e della successiva chiusura dei canali horeca a livello mondiale, nei prossimi mesi potrebbe verificarsi un calo delle esportazioni di made in italy caseario.

Latte ovino

Pur persistendo le strutturali criticità settoriali per il segmento del latte ovino il 2019 ha fatto registrare un progressivo miglioramento delle condizioni di mercato principalmente come conseguenza di una contrazione dell’offerta di Pecorino Romano (-21% nella campagna 2018/19 rispetto alla precedente) e di un significativo recupero delle esportazioni. Dopo la critica performance del 2018 (-27,5% in volume rispetto al 2017), le esportazioni di Pecorino Romano sono aumentate del 29% in volume, soprattutto grazie al rilancio del mercato USA che ha assorbito circa i due/terzi delle esportazioni totali.

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