Nomen omen

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Da più di un secolo, il termine “latte” identifica legalmente e merceologicamente l’alimento «ottenuto dalla mungitura regolare, ininterrotta e completa della mammella di animali in buono stato di salute e di nutrizione». Esattamente 50 anni fa la protezione di questa, e altre denominazioni lattiero-casearie, veniva sancita dal “Codice dei principi relativi al latte e ai prodotti lattiero-caseari” della FAO e, nel 1999, dal “Codex General Standard for Use of Dairy Terms”.

In Europa le cose sono chiare, ribadite da vari regolamenti e da sentenze della Corte di giustizia europea che tutelano le denominazioni di vendita di latte e prodotti lattiero-caseari. Diversa la situazione in altre parti del mondo, dove la questione su come chiamare le “alternative” vegetali al latte è ancora senza una vera soluzione. Come negli Stati Uniti dove, secondo i produttori di latte americani, si continuano a usare impropriamente termini “lattiero-caseari” per prodotti non dairy. Contestando la proposta della Food and Drug Administration (FDA) di autorizzare l’uso del termine “latte” nelle denominazioni delle bevande vegetali, a condizione che tale utilizzo non sia “fuorviante”. Una proposta basata sulle conclusioni di ricerche, commissionate dalla stessa FDA, che dimostrerebbero come la maggior parte dei consumatori di bevande vegetali non venga confusa da denominazioni dairy potenzialmente ingannevoli. Non una certezza, comunque. Anche per l’FDA, tanto da premurarsi di raccomandare alle aziende che utilizzano il termine “latte” per le bevande vegetali di includere un’informazione nutrizionale aggiuntiva che indichi come il contenuto di alcuni nutrienti sia inferiore a quello del latte vaccino.

Il punto è sempre quello, la discussione sul diverso valore alimentare e nutrizionale di latte e bevande “alternative”. Dalla vicenda si possono comunque trarre spunti di riflessione. Il primo riguarda la scarsa capacità di namestorming delle aziende produttrici di bevande vegetali “alternative” al latte. Comprensibile. Nomen omen, latte, una denominazione ancora “unica”, che rimanda a un peculiare valore nutrizionale e alimentare. Al quale rifarsi, come evidentemente da tempo tentano di fare con più o meno successo le aziende produttrici di queste bevande.

Il secondo, a mio avviso più preoccupante ma non inatteso, è la posizione “sfumata” di alcuni grandi gruppi lattieri, con bevande vegetali nel loro portafoglio, rispetto alla proposta della FDA sulle denominazioni di vendita. Una posizione riassumibile nel concetto: diversificare per soddisfare le esigenze e le preferenze dei consumatori. Vero, ma non una grande idea se, come oggi appare, è solo per far cassa tamponando l’importante calo di consumi di latte. Peggio, sostenere l’inutilità della raccomandazione della FDA sul confronto dei nutrienti tra latte e bevande “alternative”. A mio parere, posizioni che creano una falla nella strategia comunicativa del settore lattiero-caseario che deve necessariamente far comprendere la non sostituibilità del latte animale con “quello” vegetale.