Normativa in fermento

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Da qualche tempo, negli Stati Uniti, diverse associazioni di categoria sollecitavano la Food and Drug Administration (FDA) ad aggiornare il cosiddetto standard di identità dello yogurt. Richieste mirate a definirne un altro più rispondente ai nuovi processi e ingredienti disponibili, e alle attuali esigenze dei consumatori e del mercato. Aspetti di grande interesse sui quali, come accade per ogni proposta di modifica di uno standard esistente, la FDA ha aperto una consultazione pubblica fino alla definizione finale e alla proposizione del nuovo standard, entrato in vigore lo scorso luglio. Uno standard che include interessanti indicazioni tecniche, normando materie prime, processi tecnologici, additivi, ingredienti, caratteristiche compositive e metodi di analisi dello yogurt, fino alle regole di etichettatura. Anche per il prodotto trattato post fermentazione per inattivare i batteri lattici. Il tutto affiancato da una dettagliata analisi dei costi aziendali per il recepimento, entro fine 2023, delle singole variazioni introdotte dal nuovo standard di identità.

Al di là di questi contenuti, ciò che mi stupisce, per l’ennesima volta, è il modus operandi con cui la FDA gestisce e conclude un iter di modifica degli standard. Che nell’arco di pochi anni permette di proporre una normativa alimentare al passo coi tempi e, soprattutto, la più condivisa possibile. Difficile trovare qualcosa di simile altrove. Basterebbe pensare alla poca, frammentaria e a volte contrastante normativa sullo yogurt operante nei vari Stati membri UE. E al dibattito sulla stessa imperniato solo su temi quali la presenza di microrganismi vivi o morti nel prodotto finito, l’origine della materia prima, o le condizioni alle quali uno Stato può legalmente mantenere la propria denominazione (tecnologica e merceologica) di yogurt. A mia (labile) memoria già agli inizi del secolo la Commissione UE stava valutando la necessità di una legislazione specifica sullo yogurt da presentare al Consiglio. Sono passati vent’anni e nulla, mi pare, si sia concretizzato.

Un lasso di tempo peraltro breve se rapportato all’evoluzione normativa riguardante lo yogurt nel nostro Paese. Dove le tre famose Circolari (anni 70-80) del ministero della Sanità sono tutto ciò che, come indicava l’ultima del 1986, doveva tener “conto delle innovazioni intervenute con l’evoluzione tecnologica e le mutate abitudini alimentari”. Ci sarebbe solo da consolarsi pensando che in mancanza di queste avremmo magari dovuto fare riferimento al Regio Decreto del 1929, primo documento normativo per lo yogurt. Quattro anni prima un altro Regio Decreto aveva normato la definizione merceologica (e tecnologica) del formaggio, ancora oggi in vigore. Anni Venti indimenticabili e indimenticati per la legislazione lattiero-casearia italiana alla quale, forse, servirebbero cinquantenari o centenari diversi.

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