“Green” non basta

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Negli ultimi anni, la pressione per ridurre l’utilizzo degli imballaggi ha sostenuto lo sviluppo di nuovi materiali e l’impiego di materie prime riciclate, plastica soprattutto. Scelte che rispondono agli obiettivi dell’economia circolare e ai vincoli introdotti dal reg. (UE) 2025/40 (Packaging and Packaging Waste Regulation, PPWR) per rendere tutti gli imballaggi riciclabili a partire dal 2035. Quelli in plastica in particolare dovranno obbligatoriamente contenere una percentuale minima di materiale riciclato recuperato dai rifiuti plastici post-consumo.

Obiettivi che lasciano però questioni ancora aperte, come evidenziato dal recente rapporto FAO “Food Safety Implications of Recycled Plastics and Alternative Food Contact Materials. A partire dall’interrogativo se i materiali plastici riciclati utilizzati per uso alimentare possano garantire lo stesso livello di sicurezza dei corrispondenti materiali vergini. La questione riguarda le prestazioni tecniche e, soprattutto, il rischio di migrazione di contaminanti, spesso sconosciuti, dagli imballaggi riciclati all’alimento. Il messaggio è chiaro: la sostenibilità da sola non basta. Perché la spinta ecologica e circolare (senza se e senza ma) deve fare i conti con i limiti e i rischi di filiere di riciclo difformi tra i vari Paesi per regole e controlli. Mentre impone processi di decontaminazione innovativi, sistemi di riciclo “closed loop” e rigorosi criteri di tracciabilità.

Il settore lattiero-caseario rappresenta un interessante banco di prova per capire se la transizione verso packaging riciclati riuscirà realmente a conciliare questi complessi aspetti rispettando i requisiti del PPWR. Perché, soprattutto in questo comparto, il packaging non è solo una questione ambientale, ma parte integrante della sicurezza alimentare e della protezione del prodotto lungo tutta la catena di approvvigionamento.

Considerare e percepire gli imballaggi riciclati come automaticamente ecologici e funzionali a queste necessità è spesso un desiderio. Come se l’adozione di un materiale diverso o l’integrazione di plastica riciclata bastassero per una scelta di packaging ottimale.

La realtà è poi anche un’altra. E non riguarda la plastica in sé. Richiama alla responsabilità del consumatore per il modo con cui la utilizza, la raccoglie e la ricicla. Chiedendo contemporaneamente materiali alternativi alla plastica senza tuttavia conoscerne il ciclo di vita o, per paradosso, le difficoltà di riciclo. Non sempre disposto, infine, a sostenerne i maggiori costi o ad accettarne limitazioni in termini di praticità, conservazione o prestazioni.

Talvolta certe soluzioni di packaging hanno più un valore simbolico e comunicativo, che non ambientale o tecnico. La contraddizione nelle politiche di transizione ecologica, in generale, è l’illusione di credere che possa avvenire senza compromessi. Il rischio è trasformare la sostenibilità del packaging in un’operazione di marketing, anziché in un reale percorso di innovazione responsabile.

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